Un secolo di evoluzione tattica

 

L’Italia, si sa, conta 60 milioni di commissari tecnici, e Piacenza sotto questo punto di vista non è da meno. C’è chi si limita alle chiacchiere da bar e c’è chi, come noi, legge con gusto manuali di tattica o le relazioni di allenatori professionisti. Dalla combinazione tra la passione per questi aspetti e la ricerca storica nasce questa pagina di approfondimento, che ripercorre l’evoluzione della tattica calcistica e le sue applicazioni concrete nella storia del Piacenza: dalle nostre parti non sono passati grandi “maghi” del pallone (ad eccezione forse del solo Gibì Fabbri), ma le soluzioni ingegnose e particolari non sono mancate. Anche con grave danno delle coronarie dei tifosi…

 

INDICE

La preistoria: dalla piramide al metodo

Sistema e mezzosistema

Intermezzo all’ungherese

Catenaccio…e ben chiuso

Zona atto primo: Sandro Puppo

Il calcio olandese di Gibì Fabbri

Zona atto secondo: Enrico Catuzzi

Dal Vangelo secondo Cagni

Addio al libero

Franzini: evoluzione e involuzione

…quale futuro?

 

 

Evoluzione di inizio secolo: dai terzini di profondità al Metodo canonico (schema tratto dal volume “Calcio: quo vadis?”

LA PREISTORIA: DALLA PIRAMIDE AL METODO

 

Il Piacenza Football Club nasce nel 1919, oltre cinquant’anni dopo la prima bozza di regolamento stilata dai maestri inglesi a Sheffield (1863). Logico dunque che in quei cinquant’anni molte cose fossero cambiate, a cominciare dalla disposizione degli undici elementi in campo. Il modello che andava per la maggiore inizialmente era la cosiddetta “piramide di Cambridge”: un portiere, due giocatori in terza linea (e perciò detti “terzini”), tre elementi intermedi (i “mediani”) e cinque attaccanti, praticamente in linea e spesso e volentieri intercambiabili tra loro. Con il tempo poi si introdussero vari aggiustamenti, a cominciare dall’arretramento di due attaccanti con compiti di raccordo: erano nate le mezzeali, e con loro l’assetto tattico noto universalmente come Metodo Europa Centrale, o più semplicemente metodo. I due terzini dietro a tutti come “pulitori” dell’area, i mediani laterali sulle ali avversarie, il centromediano come fulcro della squadra con compiti di marcatura (sul centravanti) e di costruzione del gioco, cinque attaccanti con grande libertà di movimento: queste in sintesi le caratteristiche del metodo, che valorizzava al massimo le doti individuali dei giocatori e puntava sulla copertura degli spazi come strategia difensiva, in linea con la concezione del tempo nella quale la rigidezza di schemi e movimenti era ancora di là da venire.

Un’altra variazione fu dettata dalla modifica della regola del fuorigioco. Dal fuorigioco totale dei primi anni (in stile rugby, tanto per capirci) si era passati nel 1908 a una versione “a tre giocatori”: ovvero, il giocatore che riceve il pallone è in gioco se tra lui e la porta avversaria vi sono almeno tre giocatori. La risposta in chiave difensiva in fondo era semplice: invece di disporre i terzini orizzontalmente, era sufficiente disporli in profondità, lasciandone uno altissimo, quasi a centrocampo, per mettere in fuorigioco gli avversari.

E a Piacenza? Ripercorrendo le cronache dell’epoca ritroviamo bene o male tutti questi elementi. Nella seconda stagione di vita dei biancorossi ecco il terzino Francesco Papa, il cui peso sfiorava il quintale: non è difficile immaginare che si trattasse proprio di un terzino “di posizione”, scaglionato in profondità per sfruttare il fuorigioco e a cui non erano richieste grandi doti di mobilità. Alfieri del Piacenza negli anni Venti e Trenta furono due grandi interpreti del sistema: Mario Bernetti e Sandro Puppo. Il primo era un attaccante minuto e brevilineo, che nei suoi sette anni in riva al Po ha ricoperto tutti i ruoli offensivi, prima di stabilizzarsi in quello di mezzala che lo avrebbe portato poi alla Fiorentina.

Sandro Puppo era invece l’emblema di un ruolo di vitale importanza nel sistema: quello del centromediano metodista, elemento contemporaneamente di rottura e costruzione. Alto e fisicamente potente, era il perno della formazione allenata da Carlo Corna, che nel 1936/37 sfiorò la promozione in serie B: abile nelle aperture verso le ali (i due satanassi ‘Pitin’ Cella e Chiesa) e dotato di un forte tiro, realizzò 6 reti e spiccò il volo verso l’oro olimpico di Berlino e l’Ambrosiana.

 

SISTEMA E MEZZOSISTEMA

 

Il metodo, in Europa, fu affondato negli anni Trenta dall’ennesima variazione del fuorigioco che nel 1925 viene nuovamente modificato, diventando a due giocatori come al giorno d’oggi. Un passaggio che rivoluziona il gioco, perché i lenti terzini di posizione scaglionati fin quasi a metà campo diventavano inutili, lasciando l’altro terzino e il portiere in balia degli attaccanti avversari. Fioccano le goleade e gli addetti ai lavori iniziano a pensare alle contromisure. L’inglese Herbert Chapman, allenatore dell’Arsenal, la risolve così: arretra il centromediano sulla linea di difesa, togliendogli compiti di costruzione e affidandogli esclusivamente la marcatura del centravanti (è nato lo stopper). I terzini si allargano a guardia delle ali avversarie, mentre i due mediani e le due mezzeali si dispongono a quadrilatero sostituendo il centromediano come fulcro della squadra. Nasce il sistema, detto anche WM dalla disposizione dei giocatori. Sembra banale, ma cambia tutto: il campo viene coperto meglio, si sfruttano le fasce, e soprattutto il marcamento diventa sistematico, a uomo, con tutte le conseguenze del caso. Il gioco offensivo è una questione di duelli individuali e per riuscire deve essere sempre più veloce, a vantaggio (dicono i sostenitori) dello spettacolo.

La coesistenza dei due sistemi di gioco è tutt’altro che pacifica: è una guerra di mondi, con discussioni durissime a mezzo stampa per tutti gli anni Trenta e Quaranta. Sono fieramente metodiste l’Austria di Hugo Meisl e l’Italia di Vittorio Pozzo bicampione del Mondo, mentre il sistema è di stampo inglese. Lo porta infatti in Italia il Genoa di William Garbutt nel 1939, ma solo con il Grande Torino vincitore di cinque scudetti riuscirà a fare breccia anche nel nostro campionato. E tutti si precipitano a copiarlo, dimenticando la radicale differenza di compiti e caratteristiche tra giocatori sistemisti e metodisti.

Il sistema a Piacenza sbarca nel 1949. Alla guida della squadra c’è l’ex genoano Bruno Barbieri con compiti di allenatore-giocatore, e Barbieri decide di impostare la squadra in chiave sistemista. Un cambiamento che la stampa applaude, soprattutto nella persona del giornalista Camillo Perletti, voce nota e autorevole ma anche grande appassionato del tema: “Trasformazione necessaria, perché il sistema è ormai applicato da tutte le squadre, ma pure di non lieve impegno perché costringe giocatori piuttosto anziani a modificare quasi radicalmente la tattica e lo stile di gioco”. E qui iniziano i problemi.

Le prime prove sono sostanzialmente un disastro. Vanno in croce i mediani Fiorani e Bergamasco (che non a caso si ritirerà di lì a un paio di anni), ma soprattutto il roccioso terzino Dante Ravani, ancorato al clichè sistemista, che viene infilzato senza pietà dalle scattanti ali avversarie ma anche dalla penna di Perletti: “…ha chiaramente mostrato di non gradire il sistema…è troppo dotato per non sapere assimilare la nuova formula che, si badi bene, avrebbe dovuto adottare volente o nolente se gli fosse riuscito di farsi ingaggiare da una grande squadra come desiderava”. In più anche Barbieri, che si schiera come centromediano, accusa paurose sbandate atletiche: “ha bisogno di fare del fiato, molto fiato” chiosa Perletti.

Il debutto in campionato è un incubo: cinque gol subiti a Gorizia, addirittura sei a Treviso. Ma dopo adeguata carburazione il Piacenza di Barbieri chiuderà con un ottimo sesto posto, anche se l’esperimento sistemista resterà per qualche anno un’eccezione isolata. Nel 1952 i Papaveri di Mariano Tansini vinceranno a mani basse il girone, mancando di un soffio la serie B, ritornando al più tradizionale assetto metodista, che sarà abbandonato dal Piacenza solo a metà degli anni Cinquanta.

Tra metodo e sistema esistevano ovviamente una serie di “vie di mezzo”, antesignane del catenaccio che andrà di gran moda dagli anni Sessanta: dal verrou svizzero, nato già negli anni Trenta, al Vianema ideato da Gipo Viani nella Salernitana, passando per il mezzo sistema. Per usare una colorita immagine dell’epoca, “nasce dalla psicologia di un tale che si mette le bretelle senza voler abbandonare la cintura”: in fase offensiva, infatti, abbraccia la filosofia del sistema, ma in fase difensiva non rinuncia a una protezione supplementare. Un’ala o un mediano arretrato a terzino, un terzino che scala alle spalle dei difensori come misura prudenziale: era nato il libero, il giocatore addetto a spazzare via qualsiasi cosa filtrasse dalla linea dei difensori, e che in questi termini rimase una peculiarità tutta italiana. Con il mezzo sistema l’Inter di Foni vinse lo scudetto nel 1953, e con il mezzo sistema Enzo Melandri cercò di curare i mali del Piacenza targato 1948/49. Il poderoso Dante Ravani, nominalmente terzino sinistro, arretrato a libero (o, con termine dell’epoca, “terzino volante”); il rivergarese Franco Torreggiani schierato con la maglia numero 6 propria del mediano sinistro ma terzino a tutti gli effetti. La variante sarebbe stata ripresa di tanto in tanto anche da Attila Kossovel, nel campionato 1953/54, sempre con Ravani ultimo uomo.

 

Negli schemi a fianco: in alto il sistema o “WM”; in basso il “mezzo sistema” con l’arretramento di un terzino (n.3) nel ruolo di battitore libero, e del corrispondente mediano (n.6) al posto del terzino

 

 

INTERMEZZO ALL’UNGHERESE

 

In Ungheria, invece, aveva preso piede un’altra modifica, che ci interessa perché, inspiegabilmente, ce la saremmo ritrovata in casa. La Nazionale magiara poteva contare, nei primi anni Cinquanta, su una linea offensiva di straordinaria qualità, composta da destra a sinistra da Budai, Kocsis, Hidekguti, Puskas e Csibor: la particolarità stava nel fatto che le due ali e il centravanti giocavano particolarmente arretrati, per poter lanciare gli inserimenti negli spazi di Kocsis e Puskas che giocavano nelle zone di conflitto tra centromediano e terzino. In più, tale assetto consentiva agli stessi Budai, Hidekguti e Csibor di inserirsi a loro volta partendo da lontano, mandando in tilt la rigida marcatura a uomo del WM. Con questo sistema, denominato MM, nel 1953 l’Ungheria si prese il lusso di rifilare 6 reti all’Inghilterra nel tempio di Wembley, e l’anno successivo arrivò a un passo dal titolo mondiale.

Sull’onda dei successi ungheresi, l’allenatore cremonese Ercole Bodini aveva provato a replicare questa tattica nelle file dei grigiorossi, mandando a pallino lo schieramento difensivo piacentino nel derby del 30 gennaio 1955 e suscitando la curiosità della stampa piacentina. Nella stagione successiva Bodini passò proprio al Piacenza, adottando nuovamente la tattica ungherese. Al di là dell’aspetto puramente spettacolare di questo tipo di gioco, c’erano anche considerazioni più pragmatiche: la squadra allestita dal commendator Albonetti mancava (almeno all’inizio) di un centravanti di spessore, disponendo solamente degli imprecisi Ongaro e Trabattoni. Abbondavano invece le mezzeali (Marchesi, Jacopini, Bernini), mentre all’ala destra l’anziano Rossetti tendeva sempre di più a partire da lontano.

Da qui l’intuizione: Ongaro (o Trabattoni) punta effettiva, con il numero nove. In appoggio, come finta mezzala, il castellano Bernini che effettivamente ne beneficiò dal punto di vista offensivo realizzando ben 10 reti. Dietro, la finta ala Rossetti con Marchesi e Jacopini, a formare una cerniera che oggi definiremmo “di mezzepunte”. I risultati non furono un granché: pur imbottiti di giocatori offensivi, i biancorossi trovarono la quadratura del cerchio solo quando, nel mercato di novembre, fu acquistato dal Milan un tale Gastone Bean. Che, infischiandosene della tattica, cominciò a segnare a raffica levando le castagne dal fuoco a Bodini e al Piacenza.

 

Lo schieramento “MM” o “all’ungherese”

 

 

CATENACCIO…E BEN CHIUSO

 

Gli anni successivi portarono in riva al Po ben poche novità, se non qualche variante estemporanea: Sergio Rampini nel 1958/59 e Ivano Corghi all’inizio del 1961/62 giocavano con un mediano (rispettivamente Colombetti e Casali) come protezione davanti a terzetti difensivi non velocissimi, avanzando contemporaneamente una mezzala a supporto delle punte per un abbozzo di 4-2-4 lontano parente di quello con cui il Brasile vinse i Mondiali del 1958. Mentre furoreggiava la Grande Inter di Helenio Herrera (profeta del catenaccio più spinto), il Piacenza di Francesco Meregalli vinceva il proprio girone di serie D applicando in modo canonico il WM, sia pur con un Galandini mezzala offensiva solo di nome ma in realtà sempre più stabilmente regista di centrocampo. Già l’anno successivo, tuttavia, Meregalli dovette far di necessità virtù, dopo una rovinosa sconfitta di esordio contro la Biellese. Vista la debolezza del terzetto difensivo composto da Gasparini, Poletti e Favari, fu passato al centro della difesa il mediano Staffieri (che in effetti nasceva stopper), mentre Poletti arretrò a sua volta di qualche metro assumendo la posizione di libero classico. Con la scalata di Galandini da mezzala a centrocampista puro si completava la chiusura del pacchetto difensivo, che avrebbe garantito una tranquilla salvezza puntellata da qualcosa come diciotto pareggi. La filosofia eminentemente difensiva fu poi mantenuta dal suo successore, Enrico Radio, che avrebbe conferito al pacchetto arretrato piacentino l’assetto peculiare degli anni Sessanta: l’ex mediano Belloni libero staccato dietro al trio Gasparini-Favari-Montanari, con il solo Gasparini (soprannominato “Facchetti biancorosso”) autorizzato a sganciarsi di tanto in tanto. Centrocampo ben bloccato e in bocca al lupo alle tre punte (Brasi, Mentani e Callegari) che dovevano semplicemente arrangiarsi. Brasi e Callegari, in particolare, erano obbligati a sfiancarsi in un continuo lavoro di raccordo che faceva di loro due autentiche “ali tornanti”, ma azzerava o quasi il loro contributo in zona gol. Il Piacenza di Radio, in effetti, si distingueva per sterilità offensiva, con soli 28 gol segnati in 34 partite di campionato, e sarebbe stato replicato quattro anni più tardi in serie B, sempre dalla stessa guida tecnica. In questo caso, Radio abbina la sua personale visione del gioco (“ci rimproverava se partivamo in dribbling” è il ricordo di Sergio Robbiati) all’obiettiva povertà tecnica della squadra, per cui lascia isolate in avanti solamente due punte effettive (Stevan e Franzoni, di fatto due ali) infoltendo il centrocampo con un elemento in più. La “forbice” con due attaccanti esterni e una mezzala in più sarà una soluzione ripresa anche nel campionato 1971/72 da Tino Molina con Ardemagni e De Bernardi ali e Thiella o Damonti nel ruolo di “finto centravanti”.

 

Il “4-2-4” abbozzato brevemente da Rampini e Corghi

ZONA ATTO PRIMO: SANDRO PUPPO

 

Nemico giurato di questo stato di cose era invece il già citato Sandro Puppo. La sua lunga esperienza prima come calciatore e poi soprattutto come allenatore lo aveva portato in giro per l’Europa, accumulando un notevole bagaglio di esperienza che riassumerà in un volume del 1974: “Calcio: quo vadis?” dedicato all’evoluzione del gioco e al quale abbiamo attinto ampiamente per questa pagina. Profondo conoscitore dei meccanismi del gioco, era giunto alla conclusione che un’azione offensiva demandata a due punte, un’ala tornante e una mezzala non poteva che nascere monca in partenza, figlia di improvvisazione e mai manovrata. Da qui la ricerca di un gioco corale e armonico, preferibilmente lavorando sui giovani e in un periodo di tempo di almeno tre anni, senza assilli di risultato a tutti i costi. Da qui l’idea di un libero non più staccato dietro i marcatori, ma schierato in linea e pronto a trasformarsi in regista arretrato per rilanciare l’azione. Da qui l’idea di un marcamento a zona e non a uomo, con vent’anni di anticipo su Arrigo Sacchi.

Puppo torna a Piacenza nel 1966, alla conclusione della sua terza esperienza con la nazionale turca, subentrando al già citato Radio. Trova enormi e inattese difficoltà ambientali: la piazza e buona parte dei dirigenti si aspettavano un “mago” capace di risultati immediati, cioè l’esatto contrario della sua filosofia. E poi c’è la questione della zona: giocare senza libero? Un’assurdità. “Puppo viene a Piacenza nel 1966 e dice: giochiamo a zona. Solo che la zona non era capita non solo dalla gente ma anche dalla stampa, un giorno Puppo è andato in redazione di Libertà, sempre con la sua gentilezza, ha preso una scatola di fiammiferi e ha iniziato a metterli giù per spiegare la zona” racconta Paolo Gentilotti. In più la squadra è in gran parte quella della stagione precedente, abituata a un cliché tattico molto diverso dal suo. I giocatori provano a seguirlo, ma sono ugualmente disorientati: “Noi avevamo dei difensori che erano francobollatori fortissimi sull’uomo, ma non riuscivano a fare lo scambio di marcature. Erano troppo abituati a guardare la maglia, vedevano passare il numero 9 o l’11 e gli andavano dietro, così prendevamo gol” ricorda Gianni Callegari. L’esperimento della zona, con Belloni libero “elastico”, termina poco prima di Natale con un rovinoso 4-0 subito a Monza che consiglia Puppo a una parziale marcia indietro almeno per quanto riguarda l’assetto difensivo, più per quieto vivere che per reale convinzione, nel tripudio generale della stampa (“il ritorno al catenaccio è un ritorno alla realtà in nome dei punti in classifica e del pubblico che paga, rimandando a tempi migliori (chissà quando!) il futurismo tattico bello sui manuali e dannoso sui campi della serie C” scrive Cip Tadini). L’esperienza di Puppo sarà globalmente negativa: conclude un campionato insoddisfacente per sé e per la classifica al dodicesimo posto in serie C, e nella stagione successiva si dimette dopo cinque giornate, ormai attaccato frontalmente da stampa e opinione pubblica. I frutti del suo lavoro, comunque, non andarono perduti: prima Leo Zavatti e quindi Tino Molina, pur con idee tattiche più tradizionali, sfruttarono la maturazione dei giocatori di Puppo portando il Piacenza all’agognata serie B.

 

IL CALCIO OLANDESE DI GIBI’ FABBRI

 

“I difensori quando anticipavano l’attaccante o rubavano palla di solito facevano una cosa sola: la passavano al mediano e stop. Io ero molto giovane, vedevo il nostro libero Pasetti che prendeva la palla e passava la metà campo, la giocava, e lo stesso i due terzini che facevano tutta la fascia, andavano sul fondo a crossare e poi tornavano. C’era il portiere, Lazzara, che giocava il pallone con i piedi: la costruzione dal basso che adesso va di moda Fabbri la faceva nel 1975. Sembrava un altro calcio, una rivoluzione culturale clamorosa”. Parole di Paolo Gentilotti, decano dei giornalisti sportivi piacentini, per raccontare la genesi del Piacenza di Gibì Fabbri, una squadra che è ancora nella memoria collettiva del calcio piacentino.

Fabbri arriva al Piacenza nel 1974, Loschi gli chiedeva la promozione e il tecnico pone la condizione di rifondare la squadra ottenendo elementi che conoscessero già le sue idee. Nasceva il Piacenza “all’olandese”, che si rifaceva all’Arancia Meccanica di Johan Cruijff: ricerca del gioco palla a terra, fin dal portiere, terzini costantemente in proiezione offensiva, movimento continuo dei giocatori. La nuova filosofia di copertura degli spazi si sostituisce al concetto di contrapposizione individuale, tipico del catenaccio all’italiana. “Tutti devono partecipare all’azione. Quando uno dei miei si spinge in avanti deve essere affiancato da due compagni che siano in grado di ricevere il pallone, come nel basket” diceva Gibì. “Fabbri voleva giocatori eclettici perché tutti potessero essere registi, i portatori d’acqua non gli servivano” è il ricordo di Righi. Ancora Gentilotti: “Si divertivano i giocatori e si divertiva Fabbri, che non era un sofisticato, aveva dei concetti se vuoi elementari ma molto chiari. A Secondini diceva: tu prendi la palla e vai, continua a correre, perché devi fermarti? Se ti viene incontro un avversario la passi al tuo compagno che ti ha seguito e continuiamo a giocarla”.

Felice Secondini, fin lì discreto mediano, viene inventato come terzino destro con licenza di attaccare, mentre per la fascia opposta Fabbri si fa acquistare Mario Manera, detto Cavallo Pazzo, un fluidificante con chiara vocazione offensiva. Le chiavi del centrocampo sono in mano alla coppia Righi-Regali, con funzioni di regia e contenimento in assenza di specialisti dei ruoli. Con compiti di raccordo tra i reparti c’era Gabriele Valentini, maglia numero 7 ma in realtà posizionato più arretrato (al tempo veniva definito “ala tattica”): un elemento fondamentale per il gioco, sostituito poi con minor fortuna da Patrizio Bonafè. Davanti, un finalizzatore classico (Zanolla), un’ala dribblomane e fantasiosa (Gottardo) e la mezzapunta Gambin, il tassello mancante arrivato in autunno.

Fu un successo: 23 vittorie, 57 punti, tre giocatori (Zanolla, Gambin e Gottardo) in doppia cifra. Numeri che mascheravano bene il limite più evidente della squadra: una certa fragilità in fase difensiva, dato che spesso e volentieri le scorribande di libero e terzini lasciavano il solo Giacomin a guardia di Lazzara. Una pecca che l’anno successivo, alla lunga, sarebbe costata la retrocessione perché la filosofia di Fabbri non prevedeva strutturalmente e culturalmente l’idea di giocare per lo 0-0 anche quando il contesto lo richiedeva.

 

 

ZONA ATTO SECONDO: ENRICO CATUZZI

 

Facciamo un salto in avanti di quasi quindici anni. Titta Rota chiude il suo ciclo nel 1988, dopo aver portato il Piacenza in cinque anni dalla C2 alla permanenza in serie B il che ne fa l’allenatore più vincente della storia biancorossa prima di Cagni. Ciononostante le critiche non sono mai mancate, legate soprattutto a un calcio pragmatico, sparagnino, non bello a vedersi. Anche se ha vinto il campionato di C1 1986/87 con 55 reti segnate. Anche se non ha avuto paura di schierare insieme due punte (Serioli e Simonetta) e tre mezzepunte (Madonna, Roccatagliata e De Gradi).

Ma Garilli ha da tempo il pallino di voler offrire al pubblico spettacolo insieme ai risultati. Così al posto di Rota, come chiaro segno di rottura, viene ingaggiato il parmense Enrico Catuzzi, uno dei profeti del “nuovo che avanza”, ovvero il gioco a zona (che come abbiamo visto in realtà ha radici ben precedenti). Sono cambiati i tempi rispetto a Puppo: adesso la zona va di moda grazie ai successi del Milan di Sacchi. Con Galeone, e prima dello stesso Sacchi e di Zeman, Catuzzi è considerato uno dei “padri nobili” del nuovo gioco, fin dai suoi esordi al Bari all’inizio degli anni Ottanta. La squadra viene catechizzata ai nuovi dettami: centrocampo “corto” e aggressivo, pressing e occupazione scientifica degli spazi, attenzione alla preparazione tecnica con l’uso di palloni appositi per migliorare il tocco, schemi tattici spiegati alla lavagna. Tutto l’opposto del Titta, eccellente motivatore ma tutt’altro che un fine stratega. «Eravamo forti in attacco come le squadre di Zeman, ma non ci tiravano mai in porta», dice Maurizio Iorio parlando del Bari di Catuzzi. «È stato il primo ad applicare l’organizzazione al calcio. Aveva un’idea di gioco basata sul movimento senza palla, sulla corsa, sull’intensità: parole puntualmente abusate nel calcio di oggi. Si parla molto di allenatori in grado di conferire un’identità: lui ci riusciva 40 anni fa».

Anche le prime recensioni sono entusiastiche: “Aria nuova nel Piacenza di Catuzzi – La squadra ha trovato schemi efficaci e moderni” titola Libertà dopo un’amichevole agostana. Piace l’ordine della manovra e dei ruoli (Roccatagliata playmaker, Madonna e Signori le ali, Serioli centravanti vero e non più a tutto campo come con Rota), la compattezza, la varietà di soluzioni offensive per sgravare la stella Madonna.

Sarà un fuoco di paglia. La squadra mostra un gioco gradevole ma scolastico e non incisivo a inizio stagione, prima che alla seconda giornata arrivi il ciclone Messina. I siciliani di Zeman e Totò Schillaci demoliscono il fragile impianto difensivo con un perentorio 4-1. Iniziano le sconfitte, spesso di misura, talvolta immeritate, quasi sempre segnate da distrazioni individuali o collettive di giocatori che non riescono a digerire il nuovo assetto (soprattutto in difesa). Il Piacenza si avvita in una crisi tecnica e di risultati, a dicembre Catuzzi verrà sostituito dal più canonico Perotti che come primo atto ripudierà la zona creando profonde spaccature nello spogliatoio.

 

DAL VANGELO SECONDO CAGNI

 

Con Rumignani e soprattutto Cagni non si sentirà più parlare di zona: il tecnico bresciano, che si ispirava dichiaratamente a Sonetti, Rota e Trapattoni, ne ripudiava gli eccessivi rischi difensivi, preferendo un maggior equilibrio di squadra che negli anni ha portato frutti notevoli. Viceversa, ha sempre trovato le armi migliori per fare a pezzi la zona altrui.

La filosofia di base la riassume così nel suo blog: “La distanza fra i difensori centrali e il centravanti deve essere sempre uguale, non voglio vedere buchi in mezzo al campo. I primi difensori sono le punte e i primi attaccanti sono i difensori”. Ovvero squadra corta, compatta, aggressiva. La spina dorsale è chiara: portiere, libero, regista, punta. Il centravanti è un ruolo chiave, regista d’attacco e insieme finalizzatore è l’anello centrale di quello schema “palla avanti-palla indietro-palla sopra” con cui spesso viene riassunto sbrigativamente il Cagni-pensiero, fatto di un continuo gioco di sponde e sovrapposizioni.

Il Piacenza dei miracoli, quello della prima promozione in serie A, è schierato a zona mista: un libero (Lucci) dietro due marcatori (Chiti e Maccoppi, poi integrati da Polonia), eventualmente in grado di interscambiarsi sull’uomo, mentre a sinistra il terzino (Brioschi o Carannante) deve garantire la doppia fase di spinta e contenimento. A centrocampo un mediano classico e tutta corsa sul centro-destra (Suppa) e un elemento d’ordine e geometrie sul centro-sinistra (Papais) coprono le spalle alla mezzapunta Moretti, piuttosto libero di svariare su tutto il fronte offensivo. Davanti la chiave è la ricerca continua e ossessiva del gioco sulle fasce, di cui erano maestri Turrini e Piovani, per sfruttare al meglio le doti della punta centrale Totò De Vitis: abilissimo nelle sponde spalle alla porta ma altrettanto svelto ad andare a raccogliere i cross dei compagni.

Un assetto granitico e preciso, anche se non inderogabile per adeguarsi alle caratteristiche dei giocatori. In particolare De Vitis si rivela un unicum difficile da replicare: Ferrante, che lo sostituisce nel primo anno di serie A, era un attaccante più votato al gioco in profondità e per questo il reciproco adattamento sarà faticoso. Viceversa Caccia, ex seconda punta abile nel palleggio, avrà meno difficoltà perché ha intorno una squadra profondamente mutata negli uomini. Cagni infatti nella sua ultima stagione del primo ciclo (1995/96) dovrà rivedere buona parte del suo impianto di gioco, pur mantenendo le linee chiave.

Da rimarcare poi la formula adottata nel campionato 1994/95, quando la squadra appena retrocessa in B punta all’immediato ritorno nella massima serie. Come alternativa in attacco è tornato da Verona un giovane attaccante del vivaio, Pippo Inzaghi, che ha già in boccio le qualità che lo renderanno…Inzaghi: istinto del killer in zona gol, capacità di giocare in profondità, ma anche fondamentali piuttosto grezzi. “Non avevo le caratteristiche della punta esterna, e al centro De Vitis faceva la differenza” ricorda nella sua autobiografia. Ma i gol li sa fare, per cui Cagni rivoluziona il suo Piacenza: Turrini viene arretrato come mezzala destra, l’anziano Papais viene sostituito da Minaudo, atleticamente più dotato, mentre in attacco Piovani diventa tornante destro con De Vitis e Inzaghi di punta. Ah, in tutto questo Moretti resta al suo posto e giocherà la stagione più brillante della sua carriera. Alla faccia del Cagni catenacciaro.

 

 

ADDIO AL LIBERO

 

Il fil rouge tattico del Piacenza “tutto italiano” non poteva che restare dentro i canoni di una rigida ortodossia difensiva, ovvero la marcatura a uomo. La stampa nazionale ovviamente aveva buon gioco a presentarci come provinciali piuttosto singolari, rimarcando scelte che negli anni Novanta apparivano ormai fuori tempo se non apertamente obsolete; ma in realtà era un concentrato di puro pragmatismo. La categoria andava mantenuta, e servivano strumenti affidabili: non c’era spazio per gli esperimenti. Gli stessi allenatori (quattro diversi in quattro anni, dopo l’addio di Cagni) venivano dichiaratamente scelti tra coloro capaci di mantenere questa filosofia.

Dunque il Piacenza era invariabilmente schierato con un terzino fluidificante e due marcatori fissi: Polonia sulla seconda punta, e uno tra Conte, Delli Carri e l’eterno Vierchowod sul centravanti. Se le punte sono tre, tre diventano anche i marcatori (ovvio, no?). Sulla mezzapunta avversaria (nomi a caso: Djorkaeff, Zidane, Rui Costa, Veron…) spesso veniva aggiunto un marcatore in più a centrocampo, di solito un elemento duttile come Fausto Pari o soprattutto Stefano Sacchetti, il jolly per eccellenza. Punto fermo, ovviamente, il libero: classico, vecchia maniera, niente a che vedere con le idee di Puppo o l’interpretazione moderna di Scirea o Baresi. Quindi tre passi indietro ai compagni, con compiti di esclusiva regia del reparto.

Dopo Lucci, tuttavia, trovare interpreti del ruolo canonici e non adattati diventa sempre più difficile. Si alternano Marco Rossi (un ex terzino ripescato in Germania), il mediano Mazzola, i jolly Sacchetti e Lamacchi e il giovane Lucarelli, specialista del ruolo allevato nella Primavera. È lui, nella stagione 1999/00, l’ultimo libero “puro” schierato dal Piacenza in serie A: ci tiene compagnia solo il Bari di Fascetti, che ha in De Rosa il suo interprete. Fascetti, peraltro, andrà avanti a schierare la difesa rigorosamente a uomo fino alla sua ultima esperienza nella massima serie a Como, nel 2003.

E a Piacenza? L’esonero di Gigi Simoni segna il tramonto definitivo del libero. Gli subentra Maurizio Braghin, che nella Primavera aveva già provato il gioco a zona e lo ritenta alla guida della prima squadra. Nel finale di stagione si vede spesso all’opera una difesa a tre con un elemento leggermente più staccato dietro i compagni (Lucarelli, ma anche Lamacchi o Polonia). La parola fine sul ruolo spetta nell’estate del 2000 a Walter Novellino: l’allenatore chiamato a riportare il Piacenza in serie A già dal ritiro inizia a impostare una difesa a quattro in linea, convertendo Lucarelli al ruolo di centrale nel quale si esibirà fino ai 40 anni.

 

FRANZINI: EVOLUZIONE E INVOLUZIONE

 

Pur senza aver introdotto novità epocali, Arnaldo Franzini entra in questa rubrica in virtù della sua lunga permanenza sulla panchina biancorossa e di una particolare involuzione tattica “reazionaria”.

Quando approda sulla panchina biancorossa nel 2015 riprende il 4-3-3, oliato negli anni del Pro Piacenza, dando alla squadra un’impronta molto marcata e funzionale, che unitamente alla qualità dell’organico genera una stagione da 96 punti.

Fondamentali le due catene terzino-ala: a destra spingono forte Di Cecco e Matteassi, a sinistra fa da contrappeso Contini con Stefano Franchi, seconda punta che tende ad accentrarsi. In mezzo al campo l’equilibrio è garantito da un “tuttocampista” come Saber Hraiech sul centrodestra, e da una mezzala più fisica e abile negli inserimenti (Porcino o più spesso Cazzamalli) sul centrosinistra, ai lati del regista Taugourdeau. Al centro dell’attacco Franzini ama avere una boa forte nel gioco aereo e capace di giocare con e per i compagni, saltando all’occorrenza l’impostazione arretrata, ma Adriano Marzeglia vi abbina anche un anno di grazia personale nel quale è implacabile cannoniere con 20 reti.

Nella stagione successiva in Lega Pro il canovaccio viene inizialmente replicato con successo, poi il giocattolo si inceppa manifestando alcuni problemi: il calo atletico di Matteassi, la scarsa integrazione dei nuovi acquisti nel congegno tattico e una certa perforabilità per vie centrali. Franzini rimedia passando al 3-5-2, già sperimentato in casi analoghi nel Pro Piacenza, per migliorare la copertura e liberare lo sganciamento dei due terzini che si alzano. Chi beneficia maggiormente di tutto questo è Taugourdeau, trasformato da regista classico a incursore (la doppietta a Cremona nel 2016 resta da manuale) e autore di ben 11 reti.

L’alternanza tra i due assetti sarà continua nelle annate seguenti, a seconda degli uomini a disposizione e dello stato di forma (qui un’interessante analisi relativa alla stagione 2017/18). In attacco la torre Romero e il lottatore Pesenti, cioè due centravanti più di lotta e di manovra che non finalizzatori puri. Il terzo difensore è spesso il mediano Della Latta portato sulla linea arretrata con ampia facoltà di sganciarsi, ripetendo l’operazione compiuta tempo prima nel Pro Piacenza con Silva, ex centrocampista che avrebbe cambiato ruolo in modo definitivo. La manovra viene via via semplificata e impoverita, si rinuncia a un regista in senso classico mantenendo spesso come uniche valvole di sfogo le corsie esterne, il dinamismo del tuttocampista di turno (Hraiech, Segre o Nicco) il cui stato di forma diventa determinante, o il lancio lungo per la punta. Nasce qui l’immagine radicata di un Franzini spietatamente utilitarista e profeta del non-gioco, con l’accusa di non aver fatto rendere al massimo la squadra quando nel 2019 ha potuto lottare per la promozione mantenendo un atteggiamento troppo guardingo. Né porta risultati apprezzabili nell’ultima stagione l’imposizione dall’alto di un assetto di gioco a lui poco congeniale: il 4-3-1-2 con un trequartista alle spalle delle punte (Cattaneo), un regista puro (Giandonato) e una mezzala di chiare propensioni offensive (Corradi) viene accantonato dopo poche partite tornando al più collaudato 3-5-2. «Quasi mai ho avuto la miglior difesa, spesso ho avuto il miglior attacco. Il mio calcio è così» dichiarava nel 2014: il cambio di rotta è stato netto.

 

…QUALE FUTURO?

 

Come avrete notato, nel corso degli ultimi vent’anni circa non si sono viste alle nostre latitudini novità rivoluzionarie che abbiano lasciato impronte durature o significative nella storia recente biancorossa. Un po’ per atavica diffidenza e un po’ perché siamo scivolati piuttosto in basso, latitano i portatori di idee innovative: è obiettivamente difficile far applicare il calcio fluido di Guardiola (“lo spazio è il nostro centravanti”) a onesti mestieranti della serie C. L’evoluzione ad alto livello è infatti sempre più orientata ai principi del gioco, ai sincronismi di squadra, alle transizioni offensive e difensive e al superamento dei ruoli rigidamente codificati, piuttosto che su un calcio eminentemente posizionale come quello delle serie inferiori.

Non sono comunque mancati tecnici visionari, come Mario Somma che era considerato uno degli allenatori più preparati dal punto di vista tattico con il suo 4-2-3-1 e gli esterni a piede invertito per entrare in mezzo al campo, anche se a Piacenza si è visto poco o nulla di quanto da lui teorizzato. Va ricordato il breve e sfortunato tentativo di Vincenzo Manzo di far adottare al suo giovane Piacenza un calcio fatto di possesso, costruzione palla a terra e organizzazione, nel campionato di serie C 2020/21, e miseramente naufragato per l’obiettiva pochezza tecnica del materiale umano a sua disposizione (qui un’analisi approfondita del suo “credo”). Tra i professionisti tatticamente ben preparati va annoverato Stefano Pioli (che ci ha lasciato interessanti lezioni sulla fase difensiva e offensiva del suo Piacenza nel 2009), salito poi alla ribalta con lo scudetto del Milan e con una proposta di calcio molto elaborata nei sincronismi di squadra. Attendiamo con curiosità nuovi profeti, ma restiamo affezionati a chi ci porta a casa il risultato: siamo piacentini, no?

 

 

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